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Lo street food esiste da secoli in Sicilia

In Sicilia sono talmente numerosi gli esempi di cibo di strada, oggi chiamato street food, che ci vorrebbe un intero volume per presentarli e raccontarli tutti. Talvolta si tratta di eccellenze gastronomiche condivise, quando non contese, da varie città; più spesso si incontrano piatti molto territoriali. Alcune sono delle vere e proprie istituzioni di una tradizione gastronomica antica, che unisce la cultura del cibo dei “baroni” alla tipica cucina povera, pescando da una lunga storia ricca di influenze culturali, sfruttando le tante spezie disponibili, il pesce e l’immenso patrimonio ortofrutticolo. Insomma il buon mangiare rappresenta senza ombra di dubbio un elemento di identità regionale.

Marsala, il vino fatto per viaggiare

Il mercante e navigatore inglese John Woodhouse approdato nel 1773 a Marsala (già nota ai Greci) si era innamorato di quel vino un po’ forte, già famoso all’epoca dell’antica Roma (quando si aggiungeva il mosto cotto). Gli ricordava il “Porto” e ora doveva assolutamente portarselo in Inghilterra, così decise di acquistarne una cinquantina di barili. Ma il viaggio, lungo e pieno di scossoni, avrebbe certamente rovinato il carico e così Woodhouse decise di aggiungere dell’acquavite al vino, per “fortificarlo”; rendendolo quindi in grado di superare il trasferimento via mare.

Nei decenni successivi quel prodotto riscosse uno straordinario successo e tanti altri mercanti seguirono la rotta e quel commercio fino alla prima metà del XIX secolo, quando un imprenditore siciliano, Vincenzo Florio, diede a questo vino la sua fama mondiale. Era nato il Marsala moderno che, oggi, è un prodotto Doc il cui areale interessa l’intera provincia di Trapani, ad esclusione del comune di Alcamo e delle isole di Favignana e Pantelleria. Il compagno perfetto della tradizionale pasticceria siciliana e locale (i dolci di ricotta, la cassata, i cannoli, i cappidduzzi e tanto altro).

La Cipolla di Giarratana vuole diventare Igp

Nel piccolo comune ragusano di Giarratana si coltiva una cipolla dalle dimensioni sorprendenti, che va dai 500 grammi fino ai 3 kg. I bulbi sono di forma schiacciata, con tunica di colore bianco-brunastro e dalla polpa bianca e dolce. Non è mai pungente e non fa lacrimare. La grandezza la rende adatta ad essere cucinata ripiena.

Un prodotto di assoluta eccellenza che è già Presidio “Slow Food” ed è compreso nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tipici (Pat) del Ministero delle Politiche Agricole. Adesso l’obiettivo non può che essere quello di ottenere il riconoscimento Igp, al pari della Cipolla Bianca di Margherita in Puglia e della rinomata Cipolla rossa di Tropea, in Calabria.

La coltivazione inizia con la semina di fine ottobre, a cui segue il trapianto dal semenzaio nei mesi di febbraio-marzo. La  raccolta, rigorosamente fatta a mano, inizia ai primi di luglio e si conclude a settembre. Da più di trent’anni l’Azienda agricola “Fagone” (già premiata come miglior azienda conserviera della Sicilia) coltiva e lavora questa eccellenza tipica delle vallate tra le rocce calcaree dell’Altopiano Ibleo. Il prodotto viene venduto fresco, oppure lavorato in filetti, quindi conservato in vasetti che propongono otto diverse ricette.